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La storia di Alejandro de Tomaso: da pilota a industriale a protagonista della Motor Valley.

Racconti dalla Motor Valley

Arriva in Emilia-Romagna, nel cuore della Motor Valley, partendo dall’Argentina, e grazie al suo carattere emotivo e vivace si integra perfettamente con lo spirito delle persone nate nella Terra dei Motori, diventandone presto un suo illustre cittadino. Questo è il racconto di Alejandro De Tomaso e dell’incredibile avventura industriale della De Tomaso; la Casa automobilistica che porta il nome del suo fondatore e che è entrata di diritto nella storia di questo settore.

Alejandro de Tomaso e i suoi inizi in Argentina 

Alejandro de Tomaso nasce il 10 luglio 1928 a Buenos Aires, in Argentina. Nelle sue vene scorre sangue italiano: è infatti nipote di un emigrato italiano il cui figlio Antonio, papà di Alejandro, diventa un grosso imprenditore edile e proprietario terriero, guadagnandosi un posto di spicco nella politica nazionale. Il giovane Alejandro è attratto dalla velocità e dai capolavori della meccanica. Così si tuffa nel mondo delle corse, calcando le piste di mezzo mondo con vetture sport, come OSCA e Maserati. Il debutto in F1 di Alejandro risale al GP d’Argentina del 1957: al volante di una Ferrari 500 della Scuderia Centro Sud conquista il nono posto. È in questo periodo che conosce colei che diventerà la sua seconda moglie, nonché la compagna di una vita: Isabelle Haskell, che resterà al suo fianco anche dopo che i due decidono di terminare l’avventura nelle corse.

La nascita della De Tomaso

Seguendo l’esempio del più famoso pilota e costruttore dell’epoca, Enzo Ferrari, Alejandro de Tomaso fonda a Modena nel 1959 la De Tomaso, azienda iper specializzata in monoposto da sport prototipi per piloti e team privati. Come logo viene adottato quello dei suoi allevamenti di famiglia in Argentina, lo stesso utilizzato per marchiare a fuoco il bestiame. Dalla sua officina escono monoposto allestite dai suoi tecnici e meccanici, una dozzina all’incirca, con le quali partecipa alle gare in varie categorie: dalla Junior alla F1, con la De Tomaso 505 progettata da Giampaolo Dallara, e mettendoci nel mezzo anche le gare F2 e F3. La sua peculiare caratteristica è quella di costruire vetture con materiali di pregio rispetto alla concorrenza. E proprio grazie a queste leghe, le sue monoposto sfrecciano veloci anche con motori considerati poco performanti.

Dalla pista alla strada, arrivano le automobili di Alejandro de Tomaso

A metà degli anni ‘60 dalla sua piccola officina modenese compare per la prima volta il muso della Vallelunga, una sportiva con carrozzeria in alluminio e motore quattro cilindri Ford da 1.500 cc in posizione centrale e cambio a cinque marce. Disponibile sia nella sua versione coupé che barchetta, la Vallelunga fa crescere la piccola officina anche a livello economico. Più avanti De Tomaso mette in cantiere una barchetta dalle grandi prestazioni: la P70, che realizza insieme a un famoso ex collega di corse, Carroll Shelby. L’idea è quella di condurre insieme un programma sportivo a quattro mani, ma ben presto, in seguito a una incomprensione tra i due legata alla tecnica di realizzazione della vettura, Shelby decide di esercitare un controllo serrato sullo sviluppo.

De Tomaso risponde all’affronto costruendosi un’auto parallela in proprio. Un’auto dal design avveniristico, grazie alla collaborazione con Giorgetto Giugiaro per Ghia, e dal motore V8 Ford da 5 litri e 300 CV con cambio ZF a cinque marce e 250 km/h di velocità massima. Il nome della nuova macchina è una chiara vendetta contro il preparatore americano Shelby che utilizza il logo del cobra sulle sue auto. La Mangusta italo-argentina di Alejandro de Tomaso entra sul mercato, come l’animale in grado di sconfiggere il cobra americano. È il modello che eleva il marchio modenese a top player nel campo delle hypercar. La Mangusta piace così tanto che persino William L. Mitchell, storico designer e vice direttore di GM, ne vuole una.

Il successo della De Tomaso Pantera

L’affermazione della Mangusta attira gli interessi della Ford, desiderosa di immettere sul mercato una sportiva in sostituzione della Shelby Cobra e in grado di mettere in discussione la Corvette, tanto quanto la Ferrari Dino. La sfida è quella di proporre un’auto dalle forme più estreme rispetto a quelle di una coupé a motore anteriore, ma con un prezzo più concorrenziale rispetto a quello della Ferrari. Per realizzarla decidono di guardare alla Motor Valley mettendosi in contatto con Alejandro De Tomaso: nasce la De Tomaso Pantera.

Sin dalla sua prima apparizione l’auto fa registrare un grande successo nei confronti dei giovani americani, che si rendono presto conto di potersi permettere una vettura da 260 all’ora economicamente più accessibile rispetto alla concorrenza. È un debutto col botto, a cui seguono subito fior di ordini, che manterranno la Pantera in produzione dal 1971 al 1993.

 

L’acquisizione di Maserati, Benelli e Moto Guzzi: l’impero di De Tomaso si espande

Dopo aver coronato il sogno di vedere le sue auto vendute in America e in Europa, Alejandro de Tomaso non smette di sognare in grande. Supportato dal Governo Italiano, l’imprenditore argentino comincia ad acquistare Case automobilistiche e motociclistiche. Ed è così che rileva Maserati, Benelli e Moto Guzzi. L’ex pilota risana queste realtà grazie a un ventaglio di nuovi modelli come Maserati Kyalami, derivata dalla Longchamp, Maserati Quattroporte terza serie, Maserati Biturbo, il restyling della Innocenti Mini, con un nuovo tre cilindri Dahiatsu e delle nuove motociclette.

Il declino e il lascito del marchio De Tomaso

Sono gli anni ‘80 quando De Tomaso tenta una fusione con la Chrysler, per la quale produce la Turbo Convertible, una LeBaron “all’italiana” venduta solo negli USA. L’accordo però sfuma e Alejandro si trova quindi costretto a cedere, poco per volta, i vari pezzi che compongono il suo piccolo ma movimentato impero, tra cui Maserati e Innocenti alla FIAT.

La Pantera, con una radicale cura estetica di Gandini, continua la sua lunga vita fino a quando, negli anni ‘90, cede il posto alla Guarà. Disponibile sia coupé che spider, dotata prima di un V8 BMW e poi Ford, la Guarà non riesce a scalfire la scena delle supercar come la sua antenata, rimanendo l’ultima a sfoggiare il marchio De Tomaso. Nel 1993 il punto di svolta: l’imprenditore, dopo aver subito un ictus, si ritira a vita privata e dieci anni più tardi, nel maggio del 2003 si spegne all’età di 75 anni nella sua Modena.

L’azienda passa poi sotto il controllo del figlio Santiago e della moglie, Isabelle Heskell, ma per poco tempo. Nel 2004 la De Tomaso va in liquidazione, lasciando vuoto anche lo stabilimento di Modena, che solo nel 2020 viene abbattuto e riqualificato. Cosa rimane oggi di questo marchio glorioso? La cinese Ideal Team Ventures sta cercando di riportare in auge il brand, e dopo un restyling del logo ha realizzato la De Tomaso P72: una vettura estrema a motore centrale, prodotta in soli 72 esemplari e chiaramente ispirata al passato sportivo della casa. 

 

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